Bilanci in rosa: il Giro di Vingegaard, ma anche di un solido Gall e del 3° podio di Hindley. Italia, più ombre che luci

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Bilanci in rosa: il Giro di Vingegaard, ma anche di un solido Gall e del 3° podio di Hindley. Italia, più ombre che luci

Dopo la conclusione del 109° Giro d'Italia, analizziamo vincitori e sconfitti di un'edizione che ha fatto definitivamente esplodere il talento di Paul Magnier, dominatore degli sprint prima della chiusura con la firma di Milan che ha salvato la Lidl-Trek. Nessun corridore italiano nella top 7 della generale: non era mai accaduto nella storia, anche se la crescita di Piganzoli fa ben sperare. La vera grande delusione ha un solo nome: Giulio Pellizzari.

Bilanci in rosa, poche ore dopo la volatona di Roma che ha visto sbloccarsi Jonathan Milan, che sarebbe rientrato tra i bocciati di questo Giro d’Italia, ma grazie alla chiusura con la quinta vittoria della carriera nel GT di casa ha in qualche modo salvato il bilancio, anche se la maglia ciclamino questa volta è andata a Paul Magnier.

A proposito di sprinter, colui che esce con il sorriso e quale uomo del futuro, visto che stiamo parlando di un classe 2004, è proprio il transalpino della Soudal-Quick Step vincitore in tre occasioni, anche se va detto che il confronto tra i lead-out, Simone Consonni per Milan e Jasper Stuyven per lo stesso Magnier (erano compagni, il bergamasco e il belga, sino allo scorso anno alla Lidl-Trek), è stato davvero impietoso e ha inciso eccome nel duello tra i due velocisti che erano i più attesi e sono stati gli unici a timbrare in questa edizione.

E’ vero, a Napoli ha vinto Davide Ballerini ma non la si può definire una volata “normale” (il canturino stava lanciando Malucelli prima della maxi-caduta), ed è stato quello il primo dei quattro successi di tappa portati a casa dall’Italbici. Quale bilancio per il movimento tricolore? Ok le belle vittorie di Ganna, semplicemente imprendibile a crono, di Bettiol che a Verbania ha regalato spettacolo e appunto Milan ieri nella capitale, ma non era mai accaduto nelle precedenti 108 edizioni che nessun azzurro mancasse la top 7 nella classifica generale.

Sono arrivate due top ten, quelle di un positivissimo Davide Piganzoli (seppur in calo negli ultimi due tapponi di montagna), 8° e secondo miglior giovane, e di un altrettanto coraggioso Damiano Caruso, 9° a quasi 39 anni nell’ultimo Giro d’Italia della carriera che ha toccato il suo apice proprio nella corsa rosa di 5 anni fa, con la perla all’Alpe Motta e il 2° posto finale.

Giulio Ciccone ha portato a casa, per la seconda volta dopo il 2019, la maglia azzurra di miglior scalatore e vestito per un giorno la rosa, ma il primo obiettivo era una tappa e non è arrivata. Soprattutto, però, è mancato il faro da alta classifica che tutti attendevano sarebbe stato Giulio Pellizzari: è il classe 2003 marchigiano la vera delusione, in assoluto e non solo parlando di italiani, di un Giro che per il talento della Red Bull-Bora Hansgrohe è andato a rotoli dopo l’illusione sul Blockhaus.

A meno di sorprese, Giulio non disputerà altri GT in questa stagione, dopo aver vinto una tappa e concluso 6° alla Vuelta 2025, decidendo poi con il team (che crediamo non sia esente da responsabilità nella gestione dell’intero avvicinamento al Giro e della corsa stessa per il ragazzo di Camerino) se il prossimo anno si punterà di nuovo verso l’Italia o direzione Francia per il debutto al Tour, come aveva accennato Pellizzati stesso.

Su Jonas Vingegaard abbiamo già speso tante e meritate parole per definire il suo Giro perfetto, con cinque tappe e la prima maglia rosa, al debutto nel primo GT stagionale, portata a casa con oltre 5 minuti di vantaggio su Felix Gall per diventare l’ottavo uomo nella storia a completare la “Tripla Corona”. A proposito invece dell’austriaco della Decathlon CMA, già in top five al Tour 2025, bisogna davvero sottolineare la solidità delle sue performance in montagna; certo, a cronometro il tirolese è davvero “fermo” e, vista la concorrenza, alla fine quei 42 km in Versilia non hanno fatto danni per la sua classifica, ma le cinque piazze d’onore sui sei arrivi in quota, sempre alle spalle di Vingegaard (l’unica fuga in montagna è arrivata a Piani di Pezzé con la vittoria di Kuss), sono da applausi.

E Jai Hindley? Terzo podio in carriera nella corsa rosa, dopo il 2° del 2020 e la magia del 2022 piegando Carapaz (uno dei grandi assenti che erano previsti al via, come Almeida e prima di perdere alla 2^ tappa Vine, Adam Yates e Buitrago), con la consueta garanzia di rendimento costante da parte dell’australiano che, quasi certamente, nel 2027 sarà gregario di lusso per Vingegaard nel probabilissimo nuovo assalto diretto al Tour.

Alle spalle del corridore della Red Bull-Bora, squadra che non ha vinto tappe ma si è salvata con il 3° gradino del podio ottenuto appunto da Jai, troviamo Thymen Arensman (aiutato da uno stoico Bernal, anche se pensare di vedere ancora Egan in lotta per il podio in un GT a questo punto diventa complicato), Derek Gee-West, Afonso Eulalio e Michael Storer.

Partiamo da quest’ultimo, 7° dopo due decimi posti ma, per dirla tutta, mai davvero brillante anche solo per provarci in ottica successo di tappa (in realtà l’ha fatto nella giornata più dura, quella a Piani di Pezzé, dove non ha performato ai livelli attesi). Al 6° ha concluso Eulalio, e il lusitano maglia bianca finale è stata una delle rivelazioni del Giro, anche se “favorito” dai 7 minuti e mezzo che i big gli hanno concesso con la fuga da lontano di Potenza. Nuova top five come lo scorso anno per il canadese al debutto in maglia Lidl-Trek, sempre più in crescita nell’ultima settimana e con qualche rimpianto in chiave podio, sia per come sono andate le cose nel tappone dolomitico ma anche per la caduta nella “famosa” seconda tappa bulgara; infine, il miglior risultato in un GT di Arensman, per una Netcompany INEOS che non raccoglie moltissimo, ma ha visto il classe ’99 olandese lottare per il podio finale sino a 48 ore dalla conclusione.

E poi ci sarebbe il capitolo UAE Team Emirates XRG, senza uomo in classifica (top 20 per Arrieta, che ha vinto la tappa di Potenza) vista la maxi-caduta di Veliko Tarnovo, ma sempre all’attacco e in particolare con uno strepitoso Jhonatan Narvaez, pure in lotta per la ciclamino prima del ritiro e capace di raccogliere il terzo, quarto e quinto successo personale sulle strade del Giro (dopo quelli del 2020 e 2024) con una qualità elevatissima tra lo sprint ristretto di Cosenza e le azioni in fuga di Fermo e Chiavari.

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